Questo è un viaggio che meditavo di fare da molto tempo. Non un «tour dei manicomi» — espressione che ho sempre trovato inopportuna, se non del tutto offensiva — ma un’occasione autentica per comprendere da vicino cosa siano stati davvero gli ospedali psichiatrici, varcando la soglia di due luoghi della memoria.
A spingere i miei passi verso le colline della Toscana è stata anche la visione della serie televisiva Le libere donne, che mi ha condotto prima a Lucca, tra i chiostri dell’ex manicomio di Maggiano — il luogo in cui visse e operò per quasi quarant'anni lo psichiatra e scrittore Mario Tobino —, e poi a Volterra, imponente città-manicomio che alla vigilia della seconda guerra mondiale arrivò ad accogliere quasi cinquemila reclusi.
Ne sono nate pagine e pagine di appunti, maturate camminando nei corridoi silenziosi, ascoltando i racconti vivi delle guide e consultando i libri e i documenti dell’epoca. Nessuna concessione al dark tourism o alla mera curiosità macabra: questo percorso nasce come uno spazio di riflessione partecipe e rispettoso della sofferenza di chi tra quelle mura è stato rinchiuso.
Ecco allora questa rubrica per Tp24, «Storie dal manicomio». Una serie di articoli che non ha alcuna pretesa di tracciare una storia della psichiatria o dell’antipsichiatria, né di esaurire il tema complesso della malattia mentale. Il suo scopo è un altro: ricordare che dietro le persone più indesiderate o scartate dalla società c’è sempre un’umanità profonda che abbiamo il dovere di riconoscere.
La “colpa” è di questo viaggio, che ha fatto riaffiorare in me l'entusiasmo degli anni universitari quando, prima che i ghirigori del destino mi portassero verso la cronaca e il giornalismo, mi laureavo in psicologia clinica. Sì, ma cosa c'entrano i “matti” e i manicomi con il flusso dell'informazione quotidiana o con l’approfondimento e l’inchiesta? Apparentemente nulla.
Ma, come ha ricordato Giacomo Di Girolamo nella presentazione marsalese del suo libro La vita in verticale (che ovviamente vi consiglio), in un mondo ossessionato dalla performance, dalla velocità e dalla dopamina algoritmica, a salvarci è spesso proprio «l’esercizio dell’inutile»: la scelta di fermarsi a coltivare ciò che non ha un'immediata funzionalità pratica o di guadagno, ma che restituisce senso e dignità al nostro essere umani.
E insomma, dopo aver partecipato alla presentazione de La vita in verticale, questo interesse sugli ex manicomi mi è apparso ancora più inutile. E quindi degno di una piccola rubrica.
Nelle prossime puntate vi racconterò le vite, le lettere mai spedite, le opere e i segni rimasti sulla pietra di chi ha vissuto oltre quel confine. Per non dimenticare. E per tentare di salvarsi, con l’esercizio dell’inutile.
Egidio Morici