Trapani, la protesta degli studenti e la lezione che non vogliamo ascoltare
Lei è M. e frequenta il Liceo “Fardella-Ximenes”: porta una kefiah, orecchini vistosi e una maglietta con slogan ambientalisti.
M. l’ho conosciuta a una manifestazione contro la violenza sulle donne e, dall’alto dei suoi sedici anni, mi aveva colpito per l’impeto, la passione e il coraggio di raccontare di sé, delle sue amiche e di cosa significhi essere una giovane donna in una società che fa molta fatica a reggere il confronto con il cambiamento e vorrebbe continuare a tenere sotto un soffitto di cristallo le fragilità. Perché si sa, chi è fragile è più facilmente addomesticabile. E no, non è il senso di addomesticamento del Piccolo Principe con la rosa sotto vetro.
Ho ritrovato M. alla manifestazione di Fridays for Future, quella in cui, accanto alle bandiere ecologiste, sventolavano quelle per la Palestina e di Arcigay. Perché il clima è una cosa seria e non riguarda soltanto i ghiacciai che si sciolgono e le energie rinnovabili: clima è, nell’accezione greca, l’insieme di comportamenti, modi di pensare e atteggiamenti che creano l’ambiente, la società, il mondo.
Anche a Trapani, piccola città ai confini dell’impero, gli studenti sono scesi in piazza.
Esattamente come a Milano, a Bologna, a Pisa e in Spagna. E lo hanno fatto chiedendo scuole più sicure, edifici agibili e meno soldi spesi per le guerre: perché a Trapani, che è al sud del sud, i soldi dello Stato arrivano più lentamente che altrove, tranne quando si tratta di finanziare basi militari o opere pubbliche faraoniche per faraoniche imprese. Insomma, i soldi per il ponte sullo Stretto si trovano pure, ma per rimettere in sicurezza un plesso scolastico la storia si fa complicata.
Ma i ragazzi trapanesi – uguali uguali a quelli del resto d’Italia – chiedevano una cosa in più: il diritto di contare, di dire la loro sui grandi temi della crisi, sul governo e anche sui ministri che vorrebbero spiegare a chi la scuola la abita sul serio – dirigenti, docenti e studenti – come si costruisce e come deve funzionare.
E poi chiedevano un’altra cosa non troppo peregrina: avere voce in capitolo sul proprio futuro. Poter studiare, spiegare come lo immaginano e come lo costruirebbero. E vorrebbero poterlo dire a scuola, magari durante quelle ore di “educazione alla cittadinanza” preziosissime dentro un PCTO.
Lo hanno fatto pacificamente. Qui a Trapani gli ectoplasmici black bloc, che nessuno ha mai visto, e i facinorosi che mettono ferro e fuoco una città – per violenza gratuita, per screditare una protesta, per distrarre l’attenzione dalle domande – non ci sono, e per fortuna.
Lo hanno fatto con qualche cartello sopra le righe, dallo slogan iperbolico, che ha fatto indignare mezza città.
Perché è vero, la violenza, anche verbale, è di per sé una sconfitta. E rischia di caratterizzarci per quello che, alla fine, non siamo.
Eppure, proprio in nome di quel valore inestimabile che è l’antiviolenza e del ruolo pedagogico che gli adulti dovrebbero sempre tenere a mente nei confronti dei ragazzi, si sono sprecati i commenti su Facebook: «Siete dei mafiosi», «fasciocomunisti», «zecche», «ignoranti». Antiviolenza e democrazia: ecco, appunto.
Lo striscione ironico, brutto sicuramente ed anche sostituibile, ha causato più indignazione di tante dirette social che hanno offeso mezza Trapani o dei cori allo stadio non esattamente da educandato. Perché la violenza verbale, quando si consuma nell’agone politico o sportivo, diventa accettabile. Quando invece si trasforma in protesta, provocazione, urlo silenzioso per farsi notare, dio ce ne scampi.
E sempre con la presunzione tutta adulta di avere qualcosa da insegnare, da stigmatizzare. Ma senza ascoltare, dando per scontato che lo sciopero sia soltanto un giorno in più di vacanza.
Che si tratti dei liceali in piazza per l’ambiente, di quelli davanti al municipio per la sicurezza della scuola o degli studenti del Nautico “Marino Torre”, in sciopero perché si trovano i ratti a scuola.
Ma durante la manifestazione dei licei è successa anche un’altra cosa. Una “instagrammata” di questi giorni, su scala locale.
E me la racconta proprio M.
Stavolta non si tratta di uno striscione inopportuno, ma di un coro che intonava uno slogan antifascista.
Quel principio che dovrebbe fare parte del nostro DNA dopo il secondo conflitto mondiale e che, invece, dobbiamo ogni tanto ribadire e ricordare a noi stessi, come se fosse un’eccezionalità da rimarcare.
M. racconta di essere stata rimproverata, insieme ad altre ragazze, da alcune insegnanti per il coro «Siamo tutti antifascisti». Una docente, con piglio più che piccato, avrebbe chiesto alle ragazze di spiegare cosa avesse fatto il fascismo contro l’ambiente, arrivando a minacciare di segnalarle alla preside se non avessero smesso.
Un racconto che solleva una questione che va oltre l’episodio: quale spazio viene riconosciuto agli studenti per esprimere le proprie idee e manifestare il proprio dissenso?
Siamo davvero disposti ad ascoltare i ragazzi anche quando esprimono idee che non condividiamo? O riconosciamo loro il diritto di parlare soltanto finché non mettono in discussione le nostre convinzioni?
M. non vuole essere riconoscibile perché teme che a scuola non la possano prendere benissimo, e questa è già una risposta.
le polemiche di questi giorni sullo striscione "incriminato", ma più largamente sulle tante manifestazioni di piazza, rappresentano un paradosso: noi adulti condanniamo gli striscioni violenti e poi rischiamo di impedire ai ragazzi di rivendicare quella libertà di espressione, di democrazia e di dissenso che dovrebbe appartenerci “per Costituzione”.
La scuola dovrebbe essere il luogo in cui si impara a esercitare il pensiero critico, non quello in cui si impara a evitare le opinioni scomode. Questo non significa sottrarre gli slogan e le posizioni politiche alla discussione, ma affrontarli attraverso il confronto e l’argomentazione, senza trasformare il dissenso in una colpa.
Perché, se pensiamo di derubricare i giovani e le manifestazioni a una questione di ordine pubblico, abbiamo un problema. E il paradosso è ancora maggiore quando chiediamo alle nuove generazioni di assumersi la responsabilità di “costruire una società migliore”, senza aggiungere che lo sfacelo che lasciamo loro in sorte siamo stati noi adulti a provocarlo.
Una nuova Pearl Harbor che oggi si chiama debito pubblico, pari a circa il 137% del PIL. Che, tradotto, significa che se oggi noi non abbiamo lo stesso Stato sociale dei nostri genitori, loro rischiano di non conoscere il significato delle parole pensione, casa di proprietà, stabilità economica, lavoro.
In dote ai giovani lasciamo un potere d’acquisto ai minimi storici e un welfare che dipende dal reddito familiare: se mamma e papà sono operai o, peggio, insegnanti, le speranze sociali sono minime.
La verità è che gli abbiamo depredato il futuro e ora siamo qui a fargli la morale se tentano di riprenderselo, e su come lo fanno.
Ma la cosa più grave è che gli studenti non li ascolta nessuno.
La protesta degli studenti di Trapani, dalle rivendicazioni sul clima a quelle per la sicurezza degli edifici scolastici, richiama proprio questa responsabilità.
La violenza non può essere giustificata, ma nemmeno ogni forma di dissenso può essere confusa con il disordine.
Educare non significa ottenere obbedienza né evitare ogni conflitto: significa fornire strumenti per ragionare, confrontarsi, sostenere una posizione e sottoporla alla critica.
Perché la democrazia non si misura soltanto dalla capacità di rispettare le regole, ma anche dalla disponibilità ad accettare che qualcuno le interroghi, le discuta e chieda conto delle scelte compiute. E una scuola che vuole formare cittadini consapevoli deve saper distinguere tra disciplina e silenzio, tra autorevolezza e imposizione.
Prima di chiedere ai giovani di imparare a partecipare, gli adulti dovrebbero dimostrare di essere pronti ad ascoltarli.
Perché il pensiero critico non si insegna chiedendo agli studenti di ripetere ciò che è giusto pensare. Si insegna mettendoli nelle condizioni di pensare, discutere e dissentire. Anche quando il loro dissenso mette a disagio chi dovrebbe educarli.
Perché poi succede un fatto: i ragazzi diventano come noi. E invece di uno slogan o di uno striscione escono la supponenza, l’arroganza, la rabbia. Ed il mondo non solo non lo cambiano, ma vi si adeguano e continuano a farlo girare al contrario.
Succede che mentre lottano perdono la tenerezza.
Valentina Colli
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