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01/10/2026 06:00:00

Dentro l'area MaB: cosa cambia davvero? Vincoli, regole e il futuro Piano di gestione

Essere dentro la Riserva della Biosfera significa non poter più costruire? Cambiano i Piani regolatori? Un’impresa dovrà chiedere un’autorizzazione all’Unesco? Dopo aver visto cos’è il MaB e dove passa il suo confine, arriviamo alla domanda che ha alimentato più polemiche: cosa succede concretamente a chi vive, lavora o possiede un terreno dentro quell’area?

 

Nella prima puntata abbiamo spiegato che il MaB non è un nuovo parco. Nella seconda abbiamo seguito il confine sulla carta: oltre 10 mila ettari tra Trapani, Paceco, Misiliscemi e Marsala, divisi tra core, buffer e transition.

 

Adesso viene la parte più importante.

Perché in questi mesi la candidatura è stata raccontata spesso attraverso una parola: vincoli. Il timore, soprattutto tra imprese e proprietari, è stato che il riconoscimento Unesco potesse aggiungere un nuovo strato di divieti.

 

Il dossier consente finalmente di distinguere due cose che nel dibattito si sono spesso sovrapposte: i vincoli che esistono già oggi e ciò che il MaB vuole aggiungere in termini di coordinamento, programmazione e gestione.

E la differenza non è secondaria.

Prima del MaB ci sono già  tanti vincoli (per fortuna)

Le aree più delicate della candidatura non arrivano all’Unesco come territori privi di protezione.

Core e buffer ricadono in larga parte dentro le due Riserve Naturali Orientate — Saline di Trapani e Paceco e Isole dello Stagnone di Marsala — e nel sistema europeo Natura 2000. 

A questi livelli di tutela si aggiungono altri strumenti già vigenti.

Ci sono le ZSC e ZPS della Rete Natura 2000, con l’obbligo di Valutazione di Incidenza per piani o progetti che possano produrre effetti significativi sugli habitat. C’è il sito Ramsar delle Saline di Trapani e Paceco, riconosciuto come zona umida di importanza internazionale. Ci sono i vincoli paesaggistici del Codice dei beni culturali, il Piano paesaggistico provinciale, le norme sul demanio marittimo, il PAI per le aree a rischio idraulico o geomorfologico e gli strumenti urbanistici comunali.  

Quindi una prima risposta è possibile darla subito:

molte delle limitazioni che il cittadino vede nella mappa MaB non nascono dal MaB. C’erano già. Per fortuna. Perchè grazie a queste regole, a questi vincoli delle aree naturali bellissime e delicatissime si sono potute tutelare. Anche se spesso le regole non sono state rispettate. 

Core: il cuore più protetto

Le cinque aree core sono il nucleo ambientale della candidatura.

Qui il dossier indica attività consentite e attività vietate. Sono ammesse la salicoltura, la manutenzione e il recupero degli immobili esistenti — soprattutto i mulini — gli interventi di rinaturazione e la ricerca scientifica autorizzata.

Sono invece vietate nuove costruzioni, attività industriali non connesse alla salicoltura, caccia, acquacoltura intensiva, introduzione di specie alloctone, discariche e usi che producano alterazioni permanenti degli habitat.  

Ma attenzione al punto decisivo: queste core sono state disegnate proprio dentro territori che dispongono già di forti regimi di tutela.

Non è il bollino MaB che trasforma improvvisamente una normale area edificabile in una riserva integrale. La candidatura prende come proprio “cuore” aree già protette e le inserisce nella nuova architettura Unesco.

Buffer: si può lavorare, ma con attività compatibili

Intorno alle core ci sono le due grandi buffer zones, le zone cuscinetto.

Anche qui la protezione è forte, ma non significa assenza di attività economica.

Il dossier prevede la prosecuzione della salicoltura sostenibile. Sono invece vietate serre, acquacoltura intensiva, caccia e discariche. Gli eventuali nuovi interventi edilizi possono essere presi in considerazione, secondo i regolamenti già richiamati dal dossier, se strettamente collegati alla gestione o alla fruizione della riserva nel sistema trapanese, oppure se previsti da uno specifico piano di utilizzazione nel sistema marsalese.  

Anche qui, dunque, il punto è lo stesso: la buffer non nasce sopra un territorio senza regole. Il MaB incorpora e mette in relazione regimi di tutela esistenti.

 

Transition: qui vivono e lavorano quasi tutti

Poi c’è la parte che interessa direttamente il maggior numero di persone: la transition area.

È la zona più grande. Comprende parti delle città, campagne, attività produttive, l’aeroporto di Birgi e infrastrutture. Qui il modello MaB non punta alla conservazione integrale ma alla promozione di pratiche considerate sostenibili.

E qui il dossier è molto chiaro su un aspetto: per l’uso del suolo continuano a valere gli strumenti urbanistici comunali, oggi PRG e progressivamente PUG, che regolano edilizia, destinazioni d’uso, circolazione, emissioni e gli altri aspetti di competenza locale. 

Questo significa che trovarsi nella transition non equivale, da solo, all’introduzione di un nuovo vincolo urbanistico Unesco.

Il terreno non cambia automaticamente destinazione. Un'attività non diventa automaticamente vietata. Un edificio non viene automaticamente sottoposto a un nuovo regime edilizio perché entra nella mappa MaB.

Restano però in vigore, naturalmente, tutti i vincoli che già insistono su quella singola area.

Ed è questa distinzione che nel dibattito va fatta ogni volta: una cosa è essere dentro il perimetro MaB, un'altra è essere già dentro una riserva, una ZPS, una ZSC, un vincolo paesaggistico o un'area demaniale.

Quindi il MaB non cambia nulla?

No. Sarebbe l'errore opposto.

Dire che il riconoscimento non crea automaticamente un nuovo Piano regolatore non significa dire che sia soltanto un logo da mettere sui dépliant.

Il vero strumento attraverso il quale la futura Riserva dovrebbe incidere sul territorio è il Piano di gestione.

Ed è qui che il dossier presenta contemporaneamente l'ambizione del progetto e uno dei suoi principali punti ancora aperti.

Perché quel Piano, oggi, non esiste ancora.

Lo scrive il dossier stesso: “Al momento non esiste ancora un piano di gestione specifico alla scala della proposta Riserva della Biosfera”. 

Esistono però già gli indirizzi sui quali dovrà essere costruito.

 

Cosa dovrebbe fare il futuro Piano

Tra gli obiettivi indicati ci sono l'armonizzazione degli strumenti di gestione già esistenti, il coordinamento tra gli enti, il sostegno alla salicoltura, il recupero di mulini e bagli, la formazione dei giovani, l'adattamento ai cambiamenti climatici, l'Osservatorio permanente, l'educazione ambientale, l'agricoltura sostenibile, la certificazione ambientale dell'aeroporto, il turismo responsabile e la mobilità sostenibile. 

C'è anche un obiettivo particolarmente significativo: provare ad arrivare, per il sistema Natura 2000, a un'unica forma di gestione al posto degli attuali due enti, armonizzando misure di conservazione che oggi fanno capo a soggetti diversi. 

È questa, probabilmente, la vera partita amministrativa del MaB.

Non aggiungere semplicemente altri divieti, ma provare a far dialogare strumenti che oggi spesso procedono separatamente.

Ma chi scriverà questo Piano?

Il Comitato promotore si impegna nel dossier ad avviarne la predisposizione coinvolgendo enti locali, ordini professionali, associazioni di categoria, organizzazioni sociali, culturali e ambientali, operatori economici e cittadini.

È un passaggio importante perché molte delle paure emerse nei mesi scorsi riguardavano proprio ciò che sarebbe avvenuto dopo l'eventuale riconoscimento.

E il documento conferma che la fase successiva non è ancora scritta in tutti i suoi dettagli.

La candidatura definisce una direzione. Il Piano dovrà trasformarla in regole operative, progetti, indicatori, responsabilità e priorità.

 

Il punto, allora, è questo

Per capire cosa comporti stare “dentro un'area MaB” bisogna evitare due semplificazioni.

La prima è: “arriva l'Unesco e blocca tutto”. Il dossier non dice questo. Le limitazioni più forti indicate nelle core e nelle buffer discendono in larga misura da sistemi di tutela che esistono già.

La seconda è: “non cambia assolutamente nulla”. Anche questo è sbagliato.

Se la candidatura sarà approvata, nascerà una nuova sede di governance territoriale e dovrà essere predisposto un Piano di gestione che proverà a coordinare ambiente, urbanistica, turismo, agricoltura, produzione del sale, infrastrutture, ricerca e sviluppo locale.

La vera domanda, quindi, non è soltanto quanti vincoli porterà il MaB.

È come sarà scritto quel Piano, chi deciderà, quanto peseranno Comuni, imprese, salinai, ambientalisti e cittadini e fino a che punto gli obiettivi della Riserva entreranno nelle future scelte del territorio.

Ed è su questo terreno che, se arriverà il sì di Parigi, si giocherà la parte più concreta della candidatura.

La quarta e ultima puntata sarà dedicata all'altra faccia della medaglia: che cosa può portare il MaB. Turismo, sale, ricerca, finanziamenti, lavoro e promozione territoriale: opportunità reali e promesse ancora da dimostrare.



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