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30/09/2026 06:00:00

"Settembre Giallo" a Trapani, parlare della fragilità prima che diventi silenzio

Parlare della fragilità prima che diventi silenzio. È stato questo il filo del Settembre Giallo - ViviAmo, Parliamone insieme, l’incontro dedicato alla prevenzione del suicidio che si è svolto al Chiostro San Domenico di Trapani.

Al centro soprattutto i ragazzi. La scuola, la famiglia, gli adulti che ogni giorno sono accanto agli adolescenti e che possono avere un ruolo importante nel riconoscere un disagio.

L’iniziativa è nata anche dalla volontà di Gianluca Fazio e Miriam Vullo, due giovani che hanno scelto di mettere insieme professionisti, docenti e momenti artistici per parlare di un tema difficile. Un confronto costruito attorno a una parola semplice: ascoltare.

Perché si parla di Settembre Giallo

Durante l’incontro è stato spiegato anche da dove nasce il Settembre Giallo e perché questo colore è stato associato alla prevenzione del suicidio.

Il percorso è nato negli Stati Uniti negli anni Novanta, dalla storia di Mike Emme, un ragazzo conosciuto per il suo carattere gioioso e pieno di vita. Il giallo era il suo colore preferito e anche la sua Mustang era stata dipinta di questo colore. Mike si tolse la vita l’8 settembre 1994.

Durante il suo funerale furono diffuse cartoline con messaggi di incoraggiamento e un nastro giallo. Da quella vicenda nacque l’associazione del nastro giallo alla prevenzione del suicidio.

Nel 2015, in Brasile, l’iniziativa è stata estesa a tutto il mese di settembre, dando vita al Settembre Giallo.

Il 10 settembre è la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, ma il tema viene affrontato durante tutto il mese attraverso incontri e iniziative di sensibilizzazione.

In Italia, secondo i dati richiamati durante l’incontro, sono circa 4 mila le persone che ogni anno si tolgono la vita.

Ma insieme ai numeri c’è anche un altro dato: sono aumentate le richieste di aiuto al Telefono Amico. Un segnale che, secondo quanto emerso durante l’incontro, racconta anche una cosa importante: il tabù comincia a essere scardinato e sempre più persone trovano il coraggio di chiedere aiuto.

Il disagio nei ragazzi

A parlare di prevenzione è stato il dottor Luca Messina, del Servizio di Neuropsichiatria infantile dell’ASP di Trapani, che ha spiegato l’importanza di riconoscere precocemente il disagio psicologico.

Il suo lavoro riguarda anche il cervello in fase di sviluppo, proprio negli anni in cui cambiano emozioni, relazioni e modo di affrontare ciò che accade.

Messina ha utilizzato la metafora di un’automobile. Un grande motore che regola l’emotività e che, all’inizio, ha molti cavalli ma non sempre gli strumenti per essere gestito.

Durante la crescita entrano in gioco fattori biologici, ambientali, sociali e psicologici. Possono comparire ansia da separazione, fobie, depressione. E l’adolescenza diventa un passaggio particolarmente delicato.

Un periodo in cui, ha spiegato Messina, si crea uno squilibrio emotivo difficile da gestire. Cambia il rapporto con i genitori, mentre i ragazzi si trovano esposti a una società che non sempre è costruita sulle loro esigenze.

Per questo la prevenzione parte anche dalla capacità degli adulti di accorgersi di quello che succede.

Il fiore di loto

La dottoressa Margherita Ficara, psicologa e psicoterapeuta, ha portato invece il pubblico dentro la metafora del fiore di loto.

Prima il fango. Una fotografia mostrata durante l’incontro ha fatto emergere parole come ansia, angoscia, sofferenza. Poi la domanda: a cosa serve la nostra mente?

Anche a proteggerci, a sopravvivere. Per questo pensieri ansiosi o distruttivi possono comparire. Il punto, ha spiegato Ficara, è non rimanere bloccati lì e provare a portarli verso una soluzione.

Da qui il fiore di loto, che nasce proprio grazie al fango.

La sofferenza non cancella la possibilità di rialzarsi. Può diventare anche un’esperienza dalla quale imparare qualcosa.

È la resilienza. Ma è anche comunità.

«Non sei solo» è il messaggio che accompagna questo passaggio. Chiedere aiuto non significa essere deboli. Significa avere il coraggio di fare il primo passo.

Imparare ad ascoltare

Quanto riusciamo davvero a vedere quello che succede alle persone che abbiamo accanto?

È un’altra delle domande emerse durante l’incontro. Perché spesso la sofferenza passa inosservata.

E non sempre serve trovare una soluzione ai problemi degli altri. A volte serve semplicemente ascoltare. Non soltanto sentire.

Un ruolo che riguarda anche gli insegnanti, chiamati ogni giorno a stare vicino ai ragazzi, e i genitori. Per loro non esiste un manuale. Anche capire il mondo in cui stanno crescendo i propri figli può essere difficile.

E in questo spazio si inserisce anche il lavoro del progetto DesTEENazione, che accompagna adolescenti, giovani e famiglie attraverso professionisti, creando spazi in cui poter parlare senza sentirsi giudicati.

La tristezza non è il proprietario

Suor Valentina Azzone, docente presso il Liceo Fardella Ximenes, ha scelto invece la musica e una storia per parlare ai ragazzi.

Il riferimento è stato a Meraviglioso di Domenico Modugno e alla storia di Flaminia, una ragazza che vive una situazione familiare difficile e attraversa con fatica la propria adolescenza.

Una frase della canzone - «tu dici non ho niente» - diventa allora una domanda: è davvero niente il sole, la vita, l’amore?

Suor Valentina ha richiamato anche il pensiero del monaco Evagrio Pontico sulla tristezza, descritta come un inquilino dannoso. Non è il proprietario della casa. È un inquilino che può arrivare e, così come è arrivato, può anche andare via.

Parlare prima che sia troppo tardi

Durante l’incontro si è parlato anche degli atti suicidari e parasuicidari, come l’autolesionismo o l’abuso di alcol e droghe utilizzati per cercare di spegnere emozioni difficili da sostenere.

Dietro possono esserci solitudine, vergogna e difficoltà a chiedere aiuto. Per questo il messaggio emerso durante il pomeriggio è stato semplice: bisogna parlarne.

La prevenzione può cominciare proprio da qui: accorgersi dell’altro, ascoltarlo e creare uno spazio in cui nessuno abbia paura di chiedere aiuto.

 

Beatrice Progni



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