Un’immagine creata con l’intelligenza artificiale ritrae il deputato regionale del Pd Dario Safina con la divisa da detenuto e le mani ammanettate. È circolata sui social mentre si tornava a parlare dell’indagine che lo riguarda. Chi l’ha pubblicata sostiene di averlo fatto «per sdrammatizzare e ridere». Ma un’immagine falsa, quando rappresenta come reale qualcosa che non è mai accaduto, non è soltanto una battuta.
Il fatto e la finzione
Nella foto Safina è dietro le sbarre. Indossa una tuta arancione, porta un numero da detenuto sul petto e ha le manette ai polsi. La scena è stata costruita con l’intelligenza artificiale: non documenta ciò che sta accadendo al deputato.
È stata diffusa sui social all’indomani della notizia che il Gip di Trapani ha disposto la prosecuzione delle indagini sul suo conto.
La distinzione è decisiva. La Procura aveva chiesto l’archiviazione; il Gip non l’ha accolta e ha chiesto ulteriori approfondimenti. Il procedimento resta aperto, senza che sia stata accertata una responsabilità.
Su questa vicenda si può e si deve fare informazione, raccontando le decisioni della magistratura e le ragioni delle parti. Vestire un indagato da carcerato significa invece sostituire ai fatti una conclusione fabbricata.
«Era per ridere» non basta
Chi ha pubblicato l’immagine ha scritto che era «soltanto per sdrammatizzare e ridere». Safina ha risposto pubblicamente: «C’è un limite oltre il quale l’ironia smette di essere satira e diventa gogna». Ha richiamato anche il peso che una rappresentazione del genere può avere sulla sua famiglia.
La satira può essere dura, perfino spietata. Qui, però, il punto è l’uso di un’immagine dall’aspetto realistico per mostrare una persona in una condizione che non corrisponde ai fatti.
Una volta condivisa, la fotografia può viaggiare senza la frase che la accompagnava, senza contesto e senza spiegazioni. A chi la vede resta impressa la scena: Safina in cella.
Una questione che supera i partiti
Al deputato sono arrivate attestazioni di solidarietà dal Pd e anche da Forza Italia. È una risposta che conta: il rispetto della verità e della presunzione di innocenza non può dipendere dall’appartenenza politica di chi viene colpito. Oggi riguarda Safina; domani potrebbe riguardare chiunque.
Schierarsi dalla parte della verità non vuol dire anticipare l’esito dell’indagine né sottrarre un rappresentante pubblico alle domande dei cittadini. Vuol dire chiamare ogni cosa con il suo nome.
C’è un’indagine che prosegue e ci sono accertamenti da compiere. C’è, separatamente, una fotografia falsa che suggerisce una condanna. Il giornalismo ha il dovere di raccontare la prima e di smontare la seconda.
Perché, se lasciamo che sia un’immagine inventata a pronunciare il verdetto, a perdere non è soltanto la persona ritratta: è il diritto di tutti a sapere che cosa è vero.
La responsabilità di chi pubblica
I social non sono uno spazio senza responsabilità. Chi crea o condivide un’immagine deve chiedersi che cosa sta mostrando, se è vero e quali conseguenze può avere per la persona ritratta.
L’intelligenza artificiale rende più facile fabbricare una scena credibile, ma non toglie responsabilità a chi decide di metterla in circolazione.
La libertà di esprimersi comprende la critica, anche aspra. Ma una cosa è criticare, un’altra è rappresentare come realmente accaduto qualcosa che non è mai successo.
Davanti a una foto falsa, fermarsi prima di pubblicare o condividere è il primo modo per difendere la verità.