Il rumore delle bombe, quasi sempre, resta fuori campo. I corpi anche. Le macerie pure. In Naza l’orrore ha un’altra voce: quella di chi lo racconta come una procedura, un calcolo, un lavoro da fare.
Ed è forse proprio questo a rendere il film di Yuval Abraham e Rachel Szor così difficile da dimenticare. Non siamo davanti all’ennesima raccolta di immagini della devastazione di Gaza. Siamo dall’altra parte dello schermo: nei centri di intelligence, nei sistemi di sorveglianza, negli algoritmi, nelle decisioni che precedono un bombardamento.
Naza, distribuito in Italia da I Wonder Pictures il 28, 29 e 30 settembre, è stato presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha ricevuto il Premio speciale della giuria dopo una standing ovation durata 25 minuti. Il film dura 80 minuti ed è stato prodotto dal Guardian e da JW Films.
Che cosa significa “Naza”
Il titolo somiglia inevitabilmente a Gaza. Ma non è un semplice gioco fonetico.
“NAZA” è un acronimo utilizzato, secondo le inchieste su cui si basa il film, dall’apparato militare e di intelligence israeliano per indicare la stima delle vittime civili attese in un attacco. In altre parole, il cosiddetto “danno collaterale”.
Ed è qui che comincia il vero viaggio del film.
Abraham e Szor hanno raccolto le testimonianze di 24 appartenenti o ex appartenenti alle forze armate e all’intelligence israeliana. Gli incontri sono stati realizzati in segreto, soprattutto di notte, sui tetti di Tel Aviv. Volti e voci sono stati modificati digitalmente per proteggere l’identità degli intervistati. Le testimonianze riprendono e sviluppano un lavoro giornalistico condotto fra il 2023 e il 2025 da +972 Magazine, dal portale israeliano in lingua ebraica Local Call e dal Guardian.
Il risultato è un film nel quale la guerra smette per un momento di essere esplosione e diventa procedura.
La guerra vista dalla parte di chi preme il pulsante
Abraham e Szor erano già due dei quattro autori di No Other Land, il documentario israelo-palestinese premiato con l’Oscar nel 2025, dedicato alle demolizioni e agli sgomberi a Masafer Yatta, in Cisgiordania.
Lì lo sguardo era rivolto a chi perdeva la casa, la terra, il proprio mondo.
In Naza accade quasi il contrario.
Non si guarda principalmente la vittima. Si guarda chi partecipa alla macchina che individua gli obiettivi. E questo capovolgimento produce l’effetto più disturbante del film.
Gli intervistati parlano. Spiegano. Disegnano schemi. Ricostruiscono procedure. Raccontano sistemi informatici capaci di incrociare enormi quantità di dati, segnali telefonici e informazioni di intelligence.
Non c’è quasi mai enfasi. Ed è precisamente questa mancanza di enfasi a fare paura.
L’orrore non viene rappresentato come eccezione. Viene raccontato come routine.
La banalità dell’algoritmo
C’è una delle intuizioni più forti di Naza: mentre ascoltiamo queste testimonianze, la macchina da presa osserva le finestre delle case di Tel Aviv.
Dentro quelle finestre accade ciò che accade in tutte le città del mondo. Qualcuno cucina. Qualcuno torna a casa. Qualcuno parla. Qualcuno spegne la luce.
Una vita normale.
Ed è impossibile non pensare alle altre case, quelle di Gaza, osservate attraverso strumenti tecnologici, telefoni, sistemi di sorveglianza.
Il film racconta anche l’utilizzo di strumenti informatici e sistemi di analisi dei dati nelle operazioni di targeting. Una delle inchieste da cui nasce Naza aveva descritto sistemi come Lavender e un meccanismo soprannominato “Where’s Daddy?”, utilizzato, secondo le fonti dell’inchiesta, per localizzare persone considerate obiettivi militari anche quando rientravano nelle proprie abitazioni.
Qui il cinema costruisce uno dei suoi paradossi più inquietanti.
L’intelligenza artificiale viene usata dagli autori per nascondere l’identità degli intervistati e consentire loro di testimoniare. Tecnologie analoghe sono al centro delle accuse formulate nel film sul sistema israeliano di individuazione degli obiettivi.
La stessa tecnologia può proteggere una voce oppure contribuire a localizzare un essere umano.
L’orrore senza immagini dell’orrore
Da anni vediamo Gaza attraverso fotografie e video di palazzi sventrati, bambini feriti, ospedali colpiti, corpi estratti dalle macerie.
La quantità di immagini produce però anche un effetto perverso: l’assuefazione.
Naza sceglie quindi una strada diversa.
Per gran parte del film non mostra ciò che ci aspetteremmo di vedere. Costringe invece lo spettatore ad ascoltare parole, percentuali, procedure, giustificazioni. A immaginare ciò che quelle parole significano quando diventano bombe, case distrutte, famiglie cancellate.
La fotografia è scura, quasi spettrale. Tel Aviv di notte diventa lo scenario di un mondo nel quale tutto appare contemporaneamente normale e terribile.
È qui che Naza trova la propria forza cinematografica.
Non ci chiede semplicemente di guardare un'immagine atroce. Ci chiede qualcosa di più scomodo: capire il meccanismo che sta prima dell'immagine.
Le contestazioni di Israele
Le accuse contenute nel documentario sono state duramente respinte dalle forze armate israeliane.
L’IDF sostiene che il film si fondi su testimonianze anonime delle quali non sarebbe possibile verificare identità, ruolo e conoscenza effettiva delle procedure descritte. L’esercito ha inoltre affermato che la decisione finale sugli attacchi resta affidata a personale umano e ha negato in particolare una delle testimonianze più gravi riportate dal film, secondo la quale sarebbe stato autorizzato un attacco accettando preventivamente fino a 500 possibili vittime civili.
La polemica è andata molto oltre la discussione cinematografica. Il ministro israeliano della Cultura Miki Zohar ha accusato i registi di tradimento; anche il premier Benjamin Netanyahu ha attaccato duramente il documentario. Dopo Venezia sono state inoltre annunciate verifiche sulla possibile diffusione non autorizzata di materiale classificato.
Sono proprio queste reazioni ad aver trasformato Naza in qualcosa di più di un film.
Due israeliani che guardano Israele
C’è infatti un elemento che rende questa opera particolarmente difficile da liquidare come l’ennesimo documento prodotto nel campo avversario.
Abraham e Szor sono israeliani.
Anche le persone che testimoniano sono israeliane.
Gli autori dichiarano di avere realizzato il film proprio partendo dalla responsabilità che sentono derivare dalla loro posizione: guardare dall’interno le strutture del proprio Paese e interrogarsi su come possa prodursi la disumanizzazione di un altro popolo. È la stessa domanda posta nella presentazione ufficiale della Biennale.
Ed è probabilmente questo il nervo scoperto di Naza.
Non offre allo spettatore la comoda possibilità di dividere il mondo in due platee, ciascuna con le proprie immagini e le proprie verità.
Porta la frattura dentro Israele stesso.
Il cinema quando serve ancora
Si può discutere delle singole testimonianze. Si devono verificare le accuse. Si possono contestare le conclusioni politiche degli autori.
Ma Naza fa qualcosa che il cinema, quando funziona, dovrebbe ancora saper fare: rompe l’abitudine dello sguardo.
Ci sono parole terribili che rischiano di diventare normali. “Obiettivo”. “Target”. “Danno collaterale”. “Soglia accettabile”.
Parole amministrative.
Dietro ciascuna, però, ci sono persone.
Naza prova a riportare quella distanza dentro il nostro campo visivo. Non attraverso il grido, ma attraverso il gelo.
È un film oscuro e straniante. E paradossalmente è anche un film molto bello, se per bellezza intendiamo non l’estetizzazione della sofferenza, ma la capacità del cinema di trovare una forma capace di restituire peso a ciò che rischiamo di non vedere più.
Alla fine il fuori campo si rompe. I corpi e le macerie arrivano davanti agli occhi.
E allora comprendiamo che per ottanta minuti non siamo stati lontani dalla scena.
Eravamo dentro il dispositivo che la preparava.
Ed è questo, forse, il buio osceno che ci riguarda.
Dove vederlo in provincia di Trapani
Il distributore I Wonder Pictures segnala tra le sale della provincia l’Auditorium Don Bosco di Marsala, l’Empire Cinemas Le Saline di Paceco e il Cinema Diana di Trapani.
A Trapani Naza è programmato al Cinema Diana oggi, 29 settembre, e domani 30 settembre alle 18; all’Empire Le Saline di Paceco il film risulta in cartellone per tutti e tre i giorni dell’evento.
Dopo l’uscita nelle sale di oltre 50 Paesi, il Guardian ha annunciato che il documentario sarà inoltre messo gratuitamente online dalla fine di novembre, senza paywall.