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20/09/2026 06:00:00

Trapani Pala Daidone, la guerra tra Antonini e il Comune: il caso del video dei Fierce Club

Doveva essere una semplice giornata di riprese: un gruppo di giovani, una canzone, una telecamera e il PalaDaidone scelto come una delle location del primo video musicale, "Paradiso e Inferno". 

 

L'associazione "Fierce Club" aveva chiesto al Comune di Trapani l'autorizzazione a utilizzare la struttura e l'autorizzazione è arrivata. Alle riprese ha assistito l'assessore Andrea Genco, a garanzia che si svolgessero in modo corretto. 

Le riprese si sono svolte senza particolari allestimenti e senza installazioni invasive, neanche una giraffa che potesse provocare danni.

Alla fine, una fotografia con l'assessore allo Sport Andrea Genco e un ringraziamento pubblico all'amministrazione sui social.

Poi, però, quella fotografia è finita dentro la guerra sul PalaDaidone.

 

Quel post, però, ha provocato la reazione di Valerio Antonini, che ha annunciato una denuncia penale nei confronti dell'assessore e di chi avrebbe utilizzato beni che l'imprenditore considera di propria proprietà. 

Antonini sostiene che il Comune non avrebbe potuto utilizzare il PalaDaidone e richiama i provvedimenti della giustizia amministrativa sul contenzioso relativo alla struttura. 

Il nodo dei provvedimenti giudiziari

Il punto centrale è distinguere i diversi procedimenti che in questi mesi hanno coinvolto Antonini, la Trapani Shark e il Comune.

 

Sulla convenzione per l'affidamento del Pala Daidone c'è  un distinto contenzioso davanti alla giustizia amministrativa siciliana. E proprio sul PalaDaidone il TAR Sicilia, a inizio settembre, ha respinto la domanda cautelare della Trapani Shark contro la sospensione della concessione decisa dal Comune.

 

È su questa distinzione che insiste Genco nella sua replica ad Antonini. 

L'assessore sostiene che non esista alcuna ordinanza del Consiglio di Stato - ma semmai del CGA -  che abbia vietato al Comune di utilizzare il PalaDaidone e rivendica la possibilità di destinare l'impianto alle attività della città, nelle more della definizione del giudizio.

Infatti, il provvedimento del CGA non contiene un divieto generale rivolto al Comune di utilizzare il Pala Daidone. La controversia cautelare riguarda la custodia e la tutela dei beni presenti nell'impianto, riconducibili alla società ricorrente. È dunque necessario distinguere la disponibilità dell'immobile dalla gestione dei beni di terzi presenti al suo interno.

 

Il Comune, nella dichiarazione di Andrea Genco, considera il palazzetto un impianto pubblico da mantenere in funzione: "la mattina potrà tornare a essere utilizzato dagli istituti scolastici per l’attività sportiva degli studenti.

Nel pomeriggio e in serata verranno assegnate fasce orarie alle associazioni sportive della città per allenamenti e attività giovanili", scrive Genco, 

"E quando arriveranno richieste per iniziative culturali, sociali o artistiche compatibili con la destinazione dell’impianto, come nel caso delle riprese autorizzate in questi giorni, saranno valutate e autorizzate nell’interesse della collettività".

 

E il video dei Fierce Club è diventato, forse suo malgrado, un esempio concreto di questa linea.

 

Perché per i Fierce Club l'unico obiettivo è la musica, insieme alla promozione sociale e culturale rivolta ai giovani. 

Il videoclip - di cui una parte é stata girata anche al Pala Granata -  è stato pensato volutamente a Trapani.

Quando il gruppo ha deciso di realizzare il primo video musicale, con il supporto di realtà esterne e la partecipazione del produttore milanese, la scelta è caduta sulla città. Non soltanto una location, quindi, ma una precisa volontà di valorizzare Trapani.

 

C'è quindi un paradosso nella vicenda: la fotografia che doveva essere semplicemente il ricordo di una giornata di lavoro è diventata il simbolo di un'altra fase dello scontro sul Pala Daidone, che si inserisce in un momento di particolare concitazione politica a causa del dossier decadenze in cui é coinvolto anche Genco.

 

Per i ragazzi di Fierce Club, quella foto seduti al Pala Shark è il ricordo della possibilità di realizzare un progetto musicale nella propria città. Per Antonini, invece, quella stessa fotografia dimostrerebbe che il Comune ha consentito a terzi di utilizzare uno spazio e beni sui quali è ancora aperta una controversia: per lui, sedersi su quelle sedie é un abuso.

 

Per l'amministrazione, al contrario, il caso dimostra che il Pala Daidone può essere utilizzato per iniziative rivolte alla comunità anche al di fuori del basket professionistico.

La questione, dunque, non è più soltanto chi abbia materialmente girato un video dentro il palazzetto. 

Il nodo è quali siano oggi i poteri del Comune sull'impianto, quali beni debbano essere custoditi e quali utilizzi della struttura siano consentiti mentre il contenzioso amministrativo è ancora pendente.

Il Comune infatti sembra intenzionato a proseguire sulla strada dell'utilizzo pubblico dell'impianto.

 

Ma, dietro denunce, sentenze e ricorsi, c'é anche l'aspetto umano che troppo spesso viene sottovalutato quando si fa esplodere una disputa sui social.

Percé la polemica non si è fermata alle dichiarazioni dei diretti interessati. 

I post pubblicati da Valerio Antonini hanno infatti generato una lunga serie di commenti sui social, che vanno da "seguace di Lillo", "mafioso" ed auguri di "una brutta fine" per Andrea Genco; a "scappati di casa" per i musicisti.

 

Questa volta la contesa è partita da una telecamera, una canzone e una fotografia, da "Paradiso e Inferno" a una guerra social.

E alla fine resta un paradosso. 

Quella che per i ragazzi del Fierce Club doveva essere semplicemente un'occasione per realizzare il loro primo video musicale nella città in cui vivono e lavorano, si è trasformata in qualcosa che non avevano cercato e, soprattutto, che non li riguardava e nella quale non avevano alcun interesse a entrare.

 

È forse questo l'aspetto più amaro della vicenda. Perché "Paradiso e Inferno", il titolo della canzone che quei ragazzi stavano cercando di trasformare in immagini, sembra quasi diventare involontariamente la metafora perfetta di quanto accaduto.

 

Il loro piccolo “paradiso” era un palazzetto aperto, una telecamera, la musica e la possibilità di raccontare Trapani attraverso il loro lavoro. L'“inferno” è arrivato dopo, sui social, quando quel progetto è stato trascinato dentro una guerra che appartiene ad altri.

E in mezzo, ancora una volta, ci sono finiti dei ragazzi. Non contendenti di una partita politica, non protagonisti di un contenzioso giudiziario, ma semplicemente giovani che avevano chiesto di poter utilizzare uno spazio della propria città per fare ciò che amano: musica.

 

Ma dietro quel fotogramma, quei post sui social che non tengono conto che esistono persone che vengono coinvolte, c'è una partita molto più grande: non soloquella sul futuro del palazzetto e sulla sua destinazione dopo la fine del rapporto con la Trapani Shark, ma il concetto di bene e spazio pubblico. Che non appartiene a nessuno - né ad un privato che l'abbia in concessione e nemmeno a qualsiasi amministrazione lo conceda. 

A nessuno, se non ai trapanesi.



Cronaca | 2026-09-20 08:43:00
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