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18/09/2026 06:00:00

Decadenze Trapani, tutto in una notte: Patti resta, il voto segreto spacca la partita 

La prima decadenza finisce nel voto segreto. Undici consiglieri votano per mandare a casa Marzia Patti, uno deposita una scheda bianca: la maggioranza richiesta non arriva e Patti resta in Consiglio. 

 

È finito così, dopo quasi otto ore, il consiglio comunale di Trapani del 16 settembre scorso: la prima seduta delle cinque sulla decadenza dei consiglieri comunali di Trapani. Una notte nella quale i numeri che sembravano già scritti hanno smesso, improvvisamente, di esserlo.

“Tutto in una notte”: tra tanti, probabilmente questo è il titolo di un film che meglio di altri potrebbe essere prestato alla seduta del consiglio comunale.

 

La seduta delle decadenze dei cinque consiglieri comunali di maggioranza: che circa 11 mesi fa, in realtà, erano nove. 

Via via si sono dimezzati, tra le dimissioni di Baldo Cammareri, il consiglio che si accorge che un consigliere - Salvatore Daidone, neanche elettore trapanese – ha segnalato un collega, cioè Totò Braschi, e altri due – Giovanni Carpinteri e Claudia La Barbera - che, per il rotto della cuffia, sono stati giustificati pochi giorni dopo essere passati all’opposizione. 

 

E poi i pareri contrari del segretario generale Giovanni Panepinto, il parere dell’assessorato Enti Locali sollecitato dal presidente del consiglio Alberto Mazzeo (anche lui, nel frattempo, passato all’opposizione), conferenze dei capigruppo. In mezzo, una narrazione social nemmeno troppo sottesa, che ha convinto i trapanesi che le decadenze avrebbero messo fine all’era Tranchida. 

 

E’ bene chiarire che fare decadere un consigliere comunale è una decisione molto grave, che deve essere supportata da ragioni incontrovertibili di cattiva condotta dei consiglieri.

Il regolamento dice assenze ingiustificate per tre sedute consecutive, ma il buon senso dovrebbe prevalere: anche perché ci sono consiglieri attualmente in carica che, nella precedente sindacatura, hanno frequentato l’aula davvero molto poco, dati alla mano. 

Votare una decadenza per togliersi di mezzo un avversario politico significa dire agli elettori che, la prossima volta, non serve nemmeno che si scomodi per andare a votare.

 

Fatto sta che si è arrivati in aula con l’incognita se il voto per le decadenze sarebbe stato palese o segreto.

Al di là dei regolamenti – che in questo caso avrebbero previsto il voto palese – la sostanza su questa differenza non è da poco, perché significa assumersi una grossa responsabilità che, in caso di ricorso accolto del decadente, si potrebbe trasformare in una pena pecuniaria. É pacifico quindi che, se non si sa chi ha votato come, nel caso a risponderne in solido sarà il Comune, alias i cittadini.

 

La seduta di ieri, in un’aula  insolitamente gremita, dai banchi dell’amministrazione alla piccionaia, si è immediatamente rivelata una corda di violino.

Il segretario, nell’illustrare regole e computo della maggioranza assoluta per validare la votazione, chiarisce subito che, qualora si fosse deciso di mutare qualche regola, lui avrebbe abbandonato la seduta. 

 

Poi, da quando si sono esaurite le fasi propedeutiche e si è aperta la discussione sulle decadenze, è stato un crescendo iniziato con la contingentazione dei tempi di discussione a 1 minuto.

15 secondi per discutere le proprie motivazioni, 15 per esaminare le giustificazioni, 15 per rifarsi alla giurisprudenza e 15 secondi per un appello. Da girare la testa. 

 

Ed infatti Giovanni Parisi, che ha una storia medica di due infarti, si è sentito male. 

Qualcuno – tra questi lo stesso presidente Mazzeo, come ha evidenziato Andrea Genco nel minuto a sua disposizione – ha insinuato il pretesto, riportando alla memoria un avvenimento analogo durante la mozione di sfiducia a Tranchida, all'ora sindaco di Erice. 

Ma l’opposizione non ha sperimentato il brivido di un intervento di un minuto e il rigore del presidente su regolamenti e contingentazioni, non essendo mai intervenuti se non per chiedere di trattare la decadenza di Marzia Patti per prima.

Il motivo è presto detto: la segretaria dem è quella cui non salta la mosca al naso. Quella che si accalora, che continua a parlare anche quando le tolgono la parola, che ricorda a Mazzeo di aver giurato sulla Costituzione di rispettare la democrazia. 

 

E poi l’altro intervento principe dell’opposizione: la mozione per chiedere il voto segreto. Anche questa passata facilmente, grazie ai voti di quella che ormai è una maggioranza d’aula.

Ma in queste votazioni, ha iniziato a serpeggiare il fantasma dell’astensione: Peppe Guaiana, Santo Vassallo e Franco Briale. E quasi per nessuno è stata una sorpresa, in verità: il presidente del consiglio emerito – “mister preferenze” – da tempo "ha lasciato la chat dell’opposizione" e da tempo è in aperto contrasto con Salvatore Fileccia, transitato in Amo Trapani giusto il tempo per le elezioni provinciali.

 

Quasi otto ore di consiglio, dove l’aria è diventata irrespirabile: per la violenza verbale, le urla, i fuori streaming che hanno visto una bagarre tra Peppe La Porta e Salvatore Daidone.

Era l’aria dell’arena piena di "campane d'arsenico e fumo", non era l’aula di un consiglio comunale.

Dopo otto ore, si è montata l’urna e approntata la cabina e proceduto all’appello nominale. 

Panepinto è chiaro: come prevede l’art. 29 del regolamento, si vota sì, no e ci si può astenere dichiarando di non ritirare la scheda elettorale, come prevede l’art. 62 della legge 361/1957 che distingue tra “astensionismo attivo”- in cui ogni elettore può recarsi al seggio elettorale, non ritirare la scheda e fare mettere a verbale la propria astensione, in modo tale che non incida sul quorum – e scheda bianca.

 

Ed è lì che scatta il coupe de theatre. Il primo ad essere chiamato per appello nominale è Giovanni Parisi, che dichiara di astenersi e non ritirare la scheda.

Tutta la maggioranza, Santo Vassallo, Peppe Guaiana e Franco Briale si astengono. 

A quel punto, ad entrare nella cabina e a votare saranno solo i 12 consiglieri di opposizione, e se la decadenza di Marzia Patti passerà coi 12 voti previsti dal regolamento sulle decadenze, saranno facilmente identificabili per risponderne personalmente in caso di annullamento da parte del Tar dopo l’inevitabile ricorso. 

 

La sceneggiatura è subito chiara a tutti, così come il suo regista. Il presidente emerito Peppe Guaiana ha l’esperienza d’aula sufficiente per cogliere l’opportunità della modalità di voto e fare il ribaltone: il voto segreto lo sarà un po' meno, se voteranno compatti come dicono da 11 mesi.

La sceneggiatura è chiara e lo smarrimento è palpabile: i visi dell’opposizione sono di colpo più scuri, non c’è più la sicumera di chi è forte dei numeri e di un’aula trasformata in fortezza inespugnabile. C’è malumore nella sfilata dei consiglieri d'opposizione che vanno al voto.

 

Ma, come in tutti i thriller che si rispettino, il colpo di scena vero non è mai il primo: l’ultima scheda ad essere sfogliata, dopo 11 favorevoli alla decadenza di Marzia Patti, è bianca. La consigliera resta in carica. 

E quel colore, il bianco, porta in sé tante sfumature interpretative: Giovanni Carpinteri ed il profilo sobrio ed educato, quasi dispiaciuto, mantenuto per tutta la seduta; Annalisa Bianco, una che la politica la capisce e non la confonde con gli affari personali; Grazia Spada, che l’opposizione la fa sempre sui temi e sul merito delle proposte. E poi c’è la voce di corridoio, che la attribuirebbe a Miceli, il quale da uomo di legge comprende immediatamente il ginepraio in cui si caccerebbero con un ricorso.

Il tema è che, dopo 11 mesi, Marzia Patti non è decaduta e – a rigor di logica – non decadranno gli altri consiglieri. Ed in questa fotografia di abbracci tra la maggioranza resta l’ombra o di una exit strategy o di un franco tiratore. In ogni caso, l’ombra delle certezze di un anno.

La reazione è immediata: il traditore, per Maurizio Miceli, è Guaiana: “A Trapani c’è una nuova maggioranza politica, la maggioranza Guaiana-Tranchida.

Un’intesa che non si ferma a Palazzo D’Alì e che, nei prossimi giorni, vedremo prendere forma anche a Erice, nella costruzione della coalizione e della candidatura a sindaco di Guaiana nel campo largo”, dice Miceli “Proprio Guaiana – che, come ho ricostruito e documentato in Aula, è stato il vero promotore e mandante politico delle decadenze – oggi finisce per fare da stampella alla maggioranza insieme a Santo Vassallo e Franco Briale.

Altro che indipendenti: siamo davanti a un nuovo assetto politico. E ormai è sotto gli occhi di tutti.”

 

Miceli ne ha anche per il segretario Panepinto: “La votazione era irregolare. Panepinto era un deputato del PD e agisce sotto i dettami dell’antico partito comunista”. Un dettaglio di colore: pare che Giorgia Meloni, per il referendum abrogativo del 2025, abbia votato non ritirando la scheda al seggio.

 

La reazione di Amo Trapani 

“Il voto segreto rappresenta un'offesa all'onestà intellettuale, perché, se si è convinti delle proprie scelte, bisogna metterci la faccia ed eventualmente assumersene anche la responsabilità e il costo” ha dichiarato Guaiana.

“Trincerarsi dietro il voto segreto avrebbe quindi portato esclusivamente a una surroga, a un ricorso al TAR che, a parere del segretario generale, avrebbe avuto fondate possibilità di accoglimento e, soprattutto, a un esborso di denaro da parte della collettività, perché chi voleva votare la decadenza non si sarebbe assunto la responsabilità della propria scelta e non ci avrebbe messo la faccia. Noi di Amo Trapani non facciamo da stampella ad alcuno. Abbiamo il coraggio delle nostre scelte e abbiamo palesato perfettamente la nostra posizione”.

 

Sull’accusa di essere il candidato a Erice per il campo largo, Guaiana sottolinea come “questo eventualmente si chiama voto di scambio, io non ho bisogno di premi o altro. Sono stato invitato a un tavolo per il Campo Largo, dove mi risulta che ci sia addirittura presente Piero Spina, che fu già candidato del centrodestra. Quindi la partecipazione a un tavolo dove addirittura c'è il candidato sindaco dello schieramento opposto, che cosa può portare?”

 

La reazione del PD

Il Circolo Pd “Angela Bottari” torna sulla seduta di ieri e contesta le dichiarazioni di Maurizio Miceli sulla vicenda delle decadenze, accusandolo di aver alimentato una narrazione politica attraverso «attacchi, delegittimazioni e riferimenti normativi non pertinenti». I dem richiamano l’articolo 29 dello Statuto: con 22 presenti servivano 12 voti favorevoli, mentre la decadenza di Marzia Patti si è fermata a 11 voti, con una scheda bianca. «La maggioranza richiesta non è stata raggiunta. Punto. Tutto il resto è propaganda», scrive il Pd, difendendo anche il lavoro degli uffici e dei funzionari. «A Trapani servono confronto e responsabilità. Non democrazia a geometria variabile».

Lunedì è convocato il prossimo consiglio per votare sulla prossima decadenza di Giovanni Parisi. A rigor di logica il copione dovrebbe essere lo stesso

La regola salvata e l’occasione persa

Alla fine, dentro una serata convulsa, restano due elementi che meritano di essere separati dal rumore politico. 

Giovanni Panepinto ha fatto quello che un segretario generale è chiamato a fare: ha tenuto il punto sulle regole, anche quando la sua lettura tecnica poteva risultare scomoda per chi aveva già deciso quale dovesse essere l’esito della partita e per chi quella partita la subiva. Ha richiamato il regolamento, il quorum, le modalità di voto e le conseguenze procedurali, fino a dichiarare che non avrebbe preso parte a una seduta che avesse ritenuto irregolare.

 

Giuseppe Guaiana, invece, ha finito per difendere un principio, quello per cui una protesta politica, per quanto aspra e discutibile, non può trasformarsi automaticamente nella cancellazione del mandato ricevuto dagli elettori. Lo ha fatto con il voto e con la tattica, scegliendo di non ritirare la scheda e lasciando che fossero altri ad assumersi la responsabilità della decisione.

 

E qui sta forse il paradosso della serata: l’opposizione aveva in mano un’occasione irripetibile per trasformare dieci mesi di annunci in un atto politico netto. Invece il voto segreto ha finito per lasciare una scheda bianca e una prima decadenza respinta.

Non è detto che quella scheda abbia un nome. Ma il risultato, quello sì, ha un significato politico: la partita che sembrava già scritta non lo era affatto.

E forse l’opposizione, proprio nel momento in cui pensava di avere finalmente i numeri per chiudere il conto, ha perso l’occasione di farlo alla luce del sole.


 



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