Morte del pentito Bernardo Pace, nuovi dubbi: “Nessuna telecamera e niente autopsia"
Più passano i giorni, più aumentano le domande. E le risposte non arrivano. A oltre un mese dalla morte di Bernardo Pace, il collaboratore di giustizia trapanese coinvolto nel processo Hydra, il caso resta avvolto nel mistero.
Le ultime rivelazioni, pubblicate dal Fatto Quotidiano oggi in edicola, fanno emergere un quadro ancora più inquietante: niente telecamere, nessuna autopsia e molte zone d’ombra su quello che ufficialmente è stato classificato come suicidio nel carcere “Lorusso e Cutugno” di Torino.
Nessun video e troppe anomalie
Secondo quanto ricostruito, Pace sarebbe stato trovato impiccato con i lacci delle scarpe. Ma ci sono elementi che non tornano.
Il corpo è stato rinvenuto nel bagno accanto alla cella, un’area che – a differenza della cella stessa – non era coperta da telecamere. Di conseguenza, non esiste alcuna registrazione degli ultimi momenti di vita del collaboratore.
Un dettaglio che pesa, perché impedisce qualsiasi verifica diretta su quanto accaduto davvero.
Niente autopsia, cause ancora incerte
A rendere il quadro ancora più confuso è un altro elemento: non è stata disposta l’autopsia.
Al momento, infatti, non esiste una ricostruzione medico-legale completa e definitiva delle cause della morte. Un’assenza che lascia aperti interrogativi importanti, anche alla luce delle condizioni di salute di Pace, malato oncologico.
Secondo quanto emerge, non ci sarebbero ancora risultati ufficiali né chiarimenti conclusivi sulle circostanze del decesso.
Un collaboratore chiave nel processo Hydra
Bernardo Pace non era un detenuto qualunque. Era un collaboratore di giustizia ritenuto centrale nell’inchiesta Hydra, il processo milanese che indaga su un sistema di mafie intrecciate tra Nord e Sud.
Le sue dichiarazioni avevano già aperto scenari delicati:
- i presunti viaggi a Milano di Matteo Messina Denaro durante la latitanza
- i rapporti tra mafie e politica, con intere pagine di verbali coperte da omissis
- i collegamenti con circuiti economico-finanziari legati alla criminalità organizzata
Un patrimonio informativo che, secondo gli inquirenti, non era ancora stato del tutto esplorato.
“Non era monitorato come soggetto a rischio”
C’è poi un altro punto che alimenta i dubbi.
Nonostante il suo ruolo e la delicatezza delle informazioni che stava fornendo, Pace non risulterebbe inserito in un protocollo specifico di prevenzione del rischio suicidario.
Eppure, secondo quanto riportato, negli ambienti investigativi erano emersi segnali di pericolo. Non solo per la sua salute, ma anche per la sua incolumità.
Il precedente che inquieta
Il caso richiama alla memoria un episodio drammatico degli anni ’90: quello di Nino Gioè, mafioso coinvolto nelle stragi, morto suicida in carcere in circostanze mai del tutto chiarite.
Anche allora, come oggi, si parlò di un detenuto che stava collaborando e che custodiva informazioni sensibili.
Un parallelismo che rende ancora più delicata la vicenda Pace.
Un nodo che tocca anche la Sicilia
La storia di Bernardo Pace riporta il processo Hydra al suo cuore più profondo: il legame tra le mafie del Sud e il sistema economico del Nord.
Dal Trapanese a Milano, passando per la rete di relazioni costruita negli anni, emerge un quadro in cui la mafia non si sposta: si espande.
E proprio per questo, la morte di un collaboratore chiave rischia di lasciare vuoti difficili da colmare.
Domande ancora senza risposta
Oggi restano interrogativi pesanti:
Cosa è successo davvero in quella cella?
Perché non ci sono immagini?
Perché non è stata disposta un’autopsia?
E soprattutto: quali verità Bernardo Pace non ha fatto in tempo a raccontare?
Nel processo Hydra, intanto, si continua ad andare avanti. Ma una parte della storia, forse, è già andata perduta.
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